Mercoledì, 14 Aprile 2021
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BELLE, SPECIALI, IMPORTANTI: UNA STORIA DI SPORT

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Un racconto ispirato da una storia di calcio femminile giovanile pubblicata su calciodonne.it ha dato vita a questo bel racconto che vi propongo in 4 puntate... buona lettura!



Non nego di aver provato forti emozioni a Parigi: quando vivevo in una mansarda di Montmartre, mi alzavo in anticipo per scoprire i primi bagliori del giorno, oltre i lucernari, sulle cime dei tetti di ardesia della periferia. Anche a Londra, quando abitavo nei pressi di Piccadilly Circus, la nebbia mi aggrediva e una passeggiata mattutina mi stupiva, facendomi credere di camminare su una nube carica di pioggia. Eppure a Roma le mattine d’inverno sono speciali, diverse dalle mattine di una qualunque altra città. Se il tempo è sereno, la città si specchia nell’azzurro intenso delle fontane e l’alba, che accorcia le ombre dei portici e dei monumenti, fa risplendere i colori della terra e del marmo. Roma si sveglia in una dimensione indefinita, sospesa tra presente e passato, la vista è così suggestiva che riesce a farti provare un po’ di calore anche nell’inverno più duro.

Probabilmente sono di parte nell’esprimere il mio giudizio, proprio perché di Roma ricorderò sempre questa storia e il modo in cui i sogni e il coraggio sono riusciti a riscaldare più di un cuore indurito dalle avversità della vita.

Tutto è iniziato nel mese di febbraio. L’inverno regalava giornate limpide e piene di sole, anche se restava perfidamente rigido, quasi aspettasse il momento giusto per tendere un’ imboscata. La giovane portiera, incinta di otto mesi, non sembrava mostrare particolare cura della sua condizione, lavava con ostinazione l’ampia terrazza, posta sulla sommità di una scalinata stretta e antica del palazzo che incrociava via Claudia con via Capo d’Africa.

Nemmeno lei sapeva con certezza cosa le fosse preso in una mattina così straboccante di luce; il freddo le pungeva sul petto, mozzando il fiato e lasciandole intorno nuvole bianche a ogni nuovo respiro. Sembrava profondamente rapita dallo scintillio di alcuni mattoni bagnati e dalla figura maestosa del Colosseo, riflessa sulla superficie del suo secchio d’acqua; lo rovesciava puntualmente sulle piastrelle annerite e, tra le lame di luce, lasciava che l’immagine specchiata si sciogliesse, scivolando in due o tre rivoli di sapone fino al canale di scolo. Ogni altra donna, essendo il tempo ormai prossimo, avrebbe evitato sforzi, ma lei né poteva permettersi di perdere il lavoro, né, per indole, avrebbe mai rinunciato a una mattina fiera e splendente come quella. Amava vedere la sua ombra arrotondata danzare tra il bastone e lo straccio. Le chiamava giornate di “ferro”, intendendo con un’unica parola il contrasto tra la durezza del gelo e la limpidezza del sole che l’accarezzava.

 

Sotto il cielo terso spiccavano i quattro pilastri dell’Arco di Costantino; riuscì a scorgere un’ultima volta, con la coda dell’occhio, il fregio del Sacrificio ad Ercole, sul medaglione di destra, mentre si accasciava sulle ginocchia, trattenendo l’urlo della prima fitta che l’aveva piegata dal dolore. Barbara e Sara, le sue gemelle, stavano arrivando in anticipo, e se era vero che il padre non le avrebbe mai conosciute, la madre, fin dal primo istante aveva lottato con la stessa fierezza di un eroe, per portarle al mondo prima e per proteggerle poi.
All’inizio gli amici avevano creduto che si trattasse di una gravidanza identica alle altre, poi, quando si erano resi conto che due vite avevano occupato lo spazio appena sufficiente per un neonato, si erano affrettati a darle per spacciate.

 

Nacquero deboli, premature, l’una abbracciata all’altra, col respiro così flebile che nemmeno i medici avrebbero scommesso sulla loro sopravvivenza. Prima dei sei mesi ebbero attacchi acuti di dissenteria e ogni sforzo per irrobustirle sembrava vano, anzi, ne derivò una perenne diffidenza nei confronti degli alimenti fondamentali come latte e acqua. Da quando iniziarono ad andare alle elementari, Sara assunse una carnagione sempre più pallida e perse quasi del tutto i capelli, invece Barbara, per nascondere un leggero strabismo, cominciò a girare con una benda da pirata sull’occhio sinistro. Alle medie in due non arrivavano a sessanta chili di peso, le chiamavano “gemelle malocchio” per quanto apparivano trascurate e lontane da una qualunque forma di bellezza. Ma, nonostante l’indifferenza degli altri, ogni sera prima di addormentarle la madre con amore e pazienza, dopo aver rimboccato le coperte, sussurrava loro all’orecchio quanto le amava, ripetendo sempre la frase: “Voi siete belle, voi siete speciali, voi siete importanti”.


A un certo punto, mentre continuavano a crescere, qualcosa avvenne. Sulla stessa terrazza dove erano venute al mondo scoprirono un gioco che le completava, le avvicinava, con cui iniziarono a prendersi una personale rivincita sul mondo: il calcio.


Il loro primo stadio non aveva erba, ma era fatto di mattonelle, sopra al palazzo di via Capo d’Africa, con la vista del Colosseo a fare da cornice. Giocavano qui fino al tramonto, rompendo le scarpe e continuando a correre a piedi nudi, una contro l’altra: una tirava, l’altra parava. La ringhiera faceva da fallo laterale e la povera madre aveva già fatto ritinteggiare a sue spese due volte il muro usato per la porta. Ma per lei fu un sollievo sapere che le sue ragazze non si sarebbero accontentate di mettere da parte i primi risparmi striminziti, inseguendo la moda in un centro benessere o sotto le lampade U.V. o, peggio, dentro una maschera di fango con due fette rotonde di cetrioli sugli occhi, senza mai sapere cosa significasse vincere o perdere. In fondo era stata proprio lei a ispirarle con storie di grandi calciatori, trasformate in favole per farle addormentare. Aveva raccontato le partite memorabili di Bruno Conti e Paolo Rossi del mondiale dell‘82, poi di quello vinto in Germania con Totti e Grosso nel 2006, segretamente sperando che la passione per lo sport facesse loro da padre, perché non avendone uno in carne e ossa, lo avrebbero trovato tra una finta o nella gioia di un gol segnato...

 

.... continua.... 

 

Mr. Onion (Diego Rossi)

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Testata giornalistica registrata al Tribunale di Firenze il 15 settembre 2016  n. 6032.
Direttore Walter Pettinati - PROMOITALIA Editore.